VIDEO – A piedi sul Matese: il Molise che, se non lo vedi, non ci credi

CIMA DELLA GALLINOLA (CB/CE). Paolo, giovane professore di biologia e chimica bojanese ma trapiantato a Vasto, mi stava versando una birra sul tratturo quando iniziò a raccontarmi della sua passione per la montagna e di quanto Molise avventuroso e magico ci sia, nascosto agli indigeni profani come me e, soprattutto, a tutti quelli che negano l’esistenza di una terra di mezzo tra Abruzzo, Lazio, Campania e Puglia. Mi disse che, con le scarpe adatte, gli avrebbe fatto piacere farmi da Cicerone in un piccolo viaggio, a mia scelta, tra le cime del Matese.

E così che siamo finiti alle falde di Civita di Bojano. Puntuali, alle 7.30 di un venerdì mattina. Siamo partiti alla volta della piana di Campitello Matese, in auto, per raggiungere una piccola area di sosta in mezzo all’erba mangiucchiata dagli animali e censita durante le precedenti salite del buon Paolo. Con noi, la fedele compagna della mia guida, Vera, attrezzata anche lei con delle robuste scarpe da trekking e abbigliamento “a cipolla” – come da raccomandazioni della sera prima. Io, forse troppo prevenuto, bardato come Fantozzi prima della celebre vacanza in montagna con i colleghi, avevo seguito a menadito le istruzioni di Paolo.

Soprattutto quelle alimentari, anche perché non avevo idea di quanto sarebbe stata debilitante questa esperienza per il sottoscritto, palesemente fuori forma. Quindi zainetto, maglie di ricambio, paninozzo, acqua, fazzoletti, cerotti, powerbank, cioccolato (Novi? No, Di Maria) e altra acqua. Tre regole fondamentali: seguire sempre la strada battuta dalla mia guida (o, eventualmente, cercare sempre di pestare feci di vacche podoliche, paradigmatiche della percorribilità di un sentiero di scalata), non abbandonare rifiuti – che non fossero organici – lungo la strada, evitare di far rotolare massi nei punti più ripidi. Nella malaugurata ipotesi che qualche pietra fosse scivolata lungo il pendio, obbligatorio l’urlo per avvisare tutti del pericolo.

Lungo il tragitto lo spettacolo delle montagne che ci circondavano riusciva a farmi dimenticare tutto, dal fiatone ai dolori alle caviglie. Ma ciò che mi ha davvero tolto il fiato è stato scoprire che, intorno ai miei piedi, sono incappato in decine di fossili in eccellente stato di conservazione. Tutto ciò che per decenni avevo solo visto su libri e sussidiari, stava scricchiolando sotto le mie suole da trekking. Paolo e Vera non sembravano affatto colpiti dai miei “ritrovamenti” di interesse paleontologico, anzi. Per loro era tutto normale. “Il Matese è pieno di fossili. Salendo ne troveremo sempre di più”. E così è stato. Non avrei dovuto, ma un piccolo pezzo di quella storia l’ho messo nello zaino, in ricordo della mia prima scalata.

Siamo saliti lungo un pendio al limite delle mie capacità. Arrancavo con mani e piedi, cercando appigli tra i ciuffi di vegetazione spontanea per superare il primo punto critico. Ormai il fiato non era più un problema e tutte le mie attenzioni erano concentrate sugli appoggi, per evitare di scivolare. Salendo, il panorama era sempre più mozzafiato, ma non potevo dargli troppa retta. La concentrazione sulla salita era massima. Scalata la prima piccola cima, mi sono seduto sull’erba, ho urlato, scattato foto all’orizzonte e deciso che non sarebbe stata la mia ultima volta.

Raccolto il gruppo e le energie, la nostra salita è continuata, tra cavalli e mucche al pascolo selvaggio. Fino a qualche minuto prima, si sentiva solo il nostro respiro affannato, intervallato dai racconti di Paolo e da qualche mia stupidaggine con la quale cercavo di mascherare la fatica ai miei compagni di viaggio, ma dopo l’arrivo nel pianoro subito dopo la prima piccola cima, le campane delle mucche ci hanno accompagnato fino alla vetta. Ecco, se dovessero mai chiedermi che suono fa la montagna, probabilmente direi che la montagna suona come le campane nel vento.

Ogni tanto il suolo brullo sotto i miei piedi mi dava l’impressione di suonare cavo. Come se, a ogni passo, la terra rimbombasse all’interno delle rocce. Paolo mi ha quindi spiegato che è una caratteristica delle rocce carsiche che, al loro interno, vengono erose dall’acqua e formano caverne. Ma la speleologia non pareva essere il suo forte e non aveva mai provato l’esperienza di infilarcisi.

Guardando gli scorci sconfinati con lo sguardo di chi non immaginava che ci fosse tanta maestosità a due passi da Campobasso, mi sono sentito piccolo e ignorante. Mi sono chiesto se coloro che sono deputati alla gestione e promozione del turismo molisano siano davvero a conoscenza della bellezza che è racchiusa in quelle vette. E se non sono mai saliti fin lassù, probabilmente non potranno mai capire davvero il potenziale che c’è in quelle rocce piene di ferro, storia e avventura.

Abbiamo continuato ad arrampicarci fino a che non siamo arrivati al cospetto del più inaspettato degli scenari. Ormai la cima era vicina. Ed è stato lo spettacolo del lago del Matese, in territorio esclusivamente casertano, sull’altro versante della cima, a farci capire che eravamo in una favolosa terra di nessuno. La cima, distante poche decine di metri da quella cresta, ci accoglieva con una scultura recante i punti cardinali e una poesia alla cima e a coloro che la stanno visitando. Non molto distanti da noi, alle nostre spalle, due scalatori con accento settentrionale salivano da un’altra parte del pendio. Stargli avanti mi ha fatto sentire un alpinista esperto, ma è durato giusto il tempo di un morso al panino. Eravamo in cima. E da lì tutto sembrava possibile.

Persino l’esistenza del Molise.

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